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Qual’è il ritorno di investimento (ROI) della felicità: il vero valore della felicità nel business

Nell’economia attuale cos’è veramente di valore per un’azienda? Molto probabilmente le risposte sono diverse a seconda della persona e del ruolo a cui viene rivolta la domanda. Eppure il maggiore vantaggio competitivo in questo mondo sono le persone felici, impegnate e soddisfatte in un’azienda. Le ricerche dimostrano un incremento delle vendite del 37%, un incremento della produttività del 30%, un aumento della soddisfazione dei clienti del 10%, un incremento delle idee innovative del 400%, la creatività aumenta del 300%, il 54% di retention dei dipendenti, una riduzione dell’assenteismo del 66%. I dati sono più numerosi della lista che vi ho appena elencato e dimostrano solo incrementi positivi che portano un beneficio economico all’azienda.

Eppure interloquendo con molti imprenditori e dirigenti di aziende in Italia e all’estero sembra che questi dati non bastino per decidere di fare del proprio luogo di lavoro un ambiente migliore, più salutare e più felice.

La prima cosa che solitamente preferisco chiarire con chi ho di fronte sono la definizione dei termini e i KPI per calcolare i risultati generati da un ambiente di lavoro migliore e più felice. Quando parlo di termini mi riferisco ad esempio al fatto che la produttività non è semplicemente la misura dell’output e non dimenticate che produttività non significa profittabilità. E’ necessario quindi definire cosa significa per un’azienda produttività, creatività, retention, talent acquisition, innovazione e tutti i campi che la felicità influenza.

Inoltre ci sono aspetti della produttività che non possiamo sottovalutare perché, escludendo l’industria manifatturiera, la produttività può essere non solo quantitativa ma anche qualitativa. E’ quindi necessario misurare qualcosa di qualitativo con una metrica quantitativa.Sempre parlando di produttività ogni dipartimento e ogni industria può intendere la produttività in maniera differente.

Come dice Leen Sawalha:

non importa se hai 200 contatti ma nessun lead o se fai 12 meeting e nessuno di quelli porta ad una vendita e neppure se scrivi 7000 linee di codice per una feature che non verrà mai utilizzata.

Questa varianza nel significato dei termini ci spinge a capire meglio cosa e come misuriamo.

Esistono anche altre misurazioni della produttività legate alla business unit o al team: pensate alle metriche delle metodologie agili (velocity, burndown, ecc.) oppure all’utilizzo dei KPI con gli obiettivi e i contenuti degli OKR (utilizzati da google). Le metodologie agili e la felicità si integrano molto bene.

E’ quindi facile capire che prima di tutto l’azienda deve essere pronta a misurare con le metriche adatte quello che è di valore per portare i risultati all’attenzione del CEO o del CFO.

Chip Conley, fondatore di una catena di hotel chiamata Joie de Vivre, ha raccontato durante un TED, riferendosi ad un sondaggio, che il 94% dei business leader nel mondo crede che l’intangibile è importante nel loro business. L’intangibile comprende cose come la proprietà intellettuale, la cultura aziendale, il brand loyalty. Eppure solo il 5% degli stessi leader ha un modo per misurare l’intangibile nel proprio business.

Come leader possiamo capire che l’intangibile è importante ma non abbiamo una traccia su come misurarlo. Ricordando una citazione di Einstein:

Non ogni cosa che può essere contata conta, e non ogni cosa che conta può essere contata

In questo modo le aziende hanno una grande responsabilità nei confronti delle persone o meglio ancora dei propri dipendenti. Devono iniziare a portare attenzione al benessere delle persone e guardare al profitto in una maniera differente, non come l’unica metrica per il successo di un’azienda ma una delle metriche. Se queste metriche non sono presenti allora è necessario pensare all’intangibile oppure a studiare nuovi KPI per misurare.

Una misura dell’intangibile è il capitale umano.

Tutte le aziende sono particolarmente attente al capitale economico dal punto di vista del capitale fisso (edifici, apparecchiature, software, ecc.) e dal punto di vista del capitale finanziario (depositi, azioni, ecc.).

Valutare la sostenibilità dell’azienda nel tempo è difficile: molti dei fattori che interessano il futuro non possono essere conosciuti e misurati oggi. E’ possibile tuttavia valutare le riserve di risorse che aiutano a modellare gli esiti nel presente e monitorare se queste risorse persistono nel tempo e possono essere pensate come capitale. Ossia risorse che sono in grado di immagazzinare il valore e che possono generare un flusso di benefici.

Il capitale umano può essere riferito ai fattori quali la conoscenza, le competenze, le abilità e la salute; include anche aspetti come la motivazione, il comportamento, così come la salute emozionale e mentale. Tutti gli esiti negativi deteriorano il capitale umano.

In quest’ottica la felicità preserva e rinvigorisce il capitale umano di un’azienda, alzandone oltre tutto il valore.

In un precedente articolo ho raccontato l’effetto U-bend della felicità. Nel caso del capitale umano questo effetto migliora la salute, la memoria, l’attenzione e altri parametri neurofisiologici delle persone oltre i 55 anni. Questo ha ripercussioni importanti sul mantenimento del benessere e delle prestazioni della forza lavoro più matura in azienda.

 

 

Tornando al ROI, il ritorno sull’investimento ci permette di calcolare una percentuale data dal rapporto tra il risultato operativo dell’azienda e il capitale investito. Il ROI inoltre avviene in un tempo, solitamente nel corso dello stesso anno di esercizio. Tenete a mente questo particolare perché ci sarà utile successivamente nel ragionamento.

Ammettiamo l’esempio che il primo gennaio l’azienda MoreHappy S.p.A. decida di investire 10000 euro per migliorare la felicità dei propri dipendenti e che il 31 dicembre la stessa azienda si accorga di un aumento della produttività del 30%. Quello che effettivamente è dimostrato dalle ricerche. A fronte di questo investimento il guadagno per l’azienda è stato di 13000 euro. Quindi c’è stato un ROI del 30%. E’ un ragionamento semplicistico perché come ho detto non tiene conto di alcuni fattori, ad esempio che produttività non significa profittabilità.

Un prima difficoltà nel calcolare il ROI della felicità viene dalla sua caratteristica a tutto tondo. I benefici della felicità hanno ripercussioni non soltanto in ambito produttivo, ma anche in altri ambiti come ad esempio le vendite e la creatività.

 

Per calcolare un ROI completo della felicità dovremmo creare una formula che tenga in considerazioni tutti i fattori. Risulta più complesso ma possibile.

Prendiamo ora in considerazioni nuovamente gli elementi intangibili, parlando ad esempio di cultura aziendale. I valori di una cultura aziendale sono importanti eppure difficilmente misurabili in termini economici. Prendendo un valore che mi piace: la trasparenza. Come facciamo a misurare la trasparenza? La trasparenza accade e basta. È nei comportamenti delle persone e nell’approccio dell’intera organizzazione. Le persone la sentono intorno a loro e in relazione agli altri. All’esterno viene percepita da tutto l’ecosistema intorno all’azienda. Ancora di più la trasparenza può contribuire ad altri valori come la fiducia.

Esistono molte aziende value-driven nel mondo ma la reticenza verso una misura valoriale dell’azienda, oltre a quella economica, è dovuta al bisogno intrinseco di scelta della felicità o di un valore. Il primo modo per essere felici è scegliere di esserlo, personalmente prima di tutto e poi come organizzazione. La scelta di basare la misurazione dell’azienda sui parametri economici usuali è un scelta più passiva e de-responsabilizzante. I numeri dipendono da molti fattori esterni a noi a cui possiamo attribuire la responsabilità di un bilancio o un fatturato negativo.

Nella sceltà della felicità siamo noi responsabili in prima persona. Se non siamo felici dipende da noi e da poche cose che ci stanno vicino e su cui abbiamo il controllo. Nella sceltà della felicità è responsabile l’intera azienda. Se l’azienda non è felice dipende dall’organizzazione e da poche cose che sono vicine e su cui l’azienda ha il controllo. Quando una cultura aziendale non funziona significa che non l’avete fatta funzionare, i valori non erano veri per i dipendenti, l’avete fabbricata invece che fatta crescere.

La felicità è in sostanza un nuovo business model e va gestito come tale.

Capovolgiamo il ragionamento e prendiamo il punto di vista del dipendente. Poniamoci questa domanda interessante: quanto vale la felicità per un dipendente?

Immaginiamo che a Marco, un ingegnere che guadagna 2500 euro, gli venga proposto uno stipendio di 2500 euro + X, dove X è la felicità o il benessere. X viene offerta come benefit. Quanti di noi vorrebbero lavorare per un’azienda che mette X sul piatto? Di nuovo quanto vale la felicità?

Molte aziende cercano di misurare con i sondaggi di clima oppure i software in grado di tracciare e misurare il livello di engagement e soddisfazione quella componente qualitativa che sfugge alla misurazione analitica. La domanda è quanto vale quello che misurate se non è denaro e non è un bene materiale.

Per essere più precisi quanto vale la vostra felicità? 100 euro, 1000 euro, 100000 euro oppure non ha prezzo.

Quanto vale la felicità dei vostri colleghi? E dei vostri dipendenti?

Ognuno gli dia il suo valore e avrete compreso più a fondo il ROI della felicità oltre il dato numerico.

Nei dodici principi per fare innovazione sulle persone lego ambienti di lavoro migliori, più salutari e più felici alla capacità di innovare dell’azienda. In questo caso è possibile avere un ROI legato all’innovazione fatta su prodotti, servizi e clienti. Quindi un aumento della felicità dovuto ad un principio, ad esempio quello che riguarda la cura della cultura aziendale può essere legato al maggior valore generato dal prodotto o dal servizio. Le persone più creative grazie alla felicità creano prodotti o servizi più apprezzati dai clienti.

Parlando di clienti: quanto vale la felicità dei vostri clienti rispetto al vostro brand? Genericamente un cliente felice è un cliente più fedele (customer loyalty), è un cliente soddisfatto (customer satisfaction), è un cliente che spende di più, è un cliente che passaparola. Tutte argomentazioni interessanti per il marketing e il customer care dell’azienda.

I numerosi modi per legare il ROI alla felicità testimoniano quanto beneficio può portare all’azienda se insegnata in modo corretto e tenendo in considerazione l’employee experience globale. In ogni caso l’azienda ha bisogno di nuove metriche per misurare il beneficio del benessere sulla forza lavoro. Prima di tutto è importante il processo di definizione dei termini, di creazione del KPI corretto e di valorizzazione.

L’intangibilità di cui parlavo prima è quindi dovuta alla mancanza di una metrica adatta a valorizzarla. Nel momento in cui si centra la metrica allora sarà più facile essere aperti al cambiamento e all’innovazione sulle persone perché i risultati saranno riconducibili a parametri usuali.

Photo Jeremy Paige @eatenbyflowers

Il pensiero lineare

Not linear thinking theory
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Ogni qual volta che abbandoniamo un’attività per farne un’altra sprechiamo energia personale e ci disconnettiamo dalla sorgente.
Il buon senso ci dice anche che sprechiamo tempo e la connessione-disconnesione in tutte le sue forme (colleghi che ci interrompono, multi-tasking selvaggio o qualunque altra cosa rovini la vostra gestione del tempo) ci rende infelici.
Che il nostro cervello non sia fatto per il multi-tasking estremo lo dicono numerose ricerche nel campo delle neuroscienze che stanno studiando il fenomeno in costante crescita a causa di email, messaggi, notifiche, Facebook, Twitter e ogni altro social network.
La connessione-disconnessione è inevitabile in questo momento storico, a meno chè non decidiate di ritirarvi fuori dal mondo e condurre una vita più bucolica, ma le buone abitudini personali e professionali ci possono aiutare a ritrovare quell’equilibrio che può aumentare la nostra felicità.

Be fairly happy.

Time management o task management. Con quale sei più felice?

Quanto è lungo un giorno di lavoro? La lunghezza per molte persone è definita dal tempo. E alla fine lasciano il lavoro quando l’orologio gli dice che possono andare.

Il tempo è dovunque, non solo sugli orologi, che per molti sono ormai un oggetto che non misura solo il tempo, ma anche sugli smartphone e sui computer; e questo potrebbe essere una brutta faccenda, particolarmente al lavoro, perché recenti ricerche dimostrano che l’organizzazione del lavoro basata sul tempo è un blocco alla creatività e al morale.

La ragione per cui cerchiamo in tutti i modi di gestire il tempo è che sappiamo esattamente quanto ne abbiamo. E’ una risorsa finita. Mentre il numero di task che dobbiamo completare non lo è. E questo è il problema.

I ricercatori dicono anche un’altra cosa interessante ovvero che le aziende tendono a sottovalutare e a non supportare il task management nella cultura aziendale. Lavorare per risultati è una pratica ancora poco comune. Le aziende più smart dal canto loro stanno introducendo strategie per una pianificazione basata sui task che le porterà a basare i propri risultati sul lungo termine. Un framework come OKR, famoso per essere utilizzato da Google, definisce e traccia in maniera chiara obiettivi e risultati. Eppure nella mia personale esperienza questo genere di framework rimangono sconosciuti alla maggior parte delle aziende che “vanno a braccio”.

D’accordo con quanto dice Bourree Lam,

i clock-timers organizzano la loro giornata in blocchi di minuti o di ore.

Un esempio di clock-timers sono le persone che usano la tecnica del pomodoro.

i task-timers hanno invece una lista di cose che vogliono raggiungere.

La ricerca sulle differenti scuole di pensiero ha rivelato che i clock-timers sono più efficienti ma meno felici perché sentono un controllo sulla loro vita. I task-timers sono più felici e più creativi ma meno produttivi.

La gestione del tempo basata sui task può quindi aiutare durante i progetti creativi e per aumentare la felicità nell’ambiente di lavoro.

Monkey mind AKA mind wondering

Il divagare mentale, chiamato anche mind-wandering, è un’esperienza molto comune e quotidiana in cui l’attenzione si “stacca” dall’ambiente esterno immergendo la persona in un flusso di attività mentali non rilevanti a ciò che si sta facendo. Penso che sarà successo a molte persone di fare esperienza di questo stato.

La domanda principale è: cosa sta succedendo nella nostra testa?

“Invece di bloccare i nostri pensieri e le nostre emozioni come si farebbe durante la meditazione, dovresti accettare e prenderti cura della scimmia nella tua testa”, come dice il monaco buddista Mingyur Rinpoche.

Questa capacità di pensare a cosa non sta accadendo costa…

una mente che divaga è una mente infelice

Di per sé il mind-wandering non ha una valenza negativa, anzi è necessario nella pianificazione, nella decisione, nel giudizio e nella creatività. Il problema sta nell’automatismo incontrollato del mind-wandering e nella mancanza di gestione.

Magari non troviamo un appagamento nel presente e partiamo con un cinema o una carrellata interiore che non funziona perché è legata ad un’insoddisfazione profonda.

Immagina quanto questa divagazione possa avere un impatto negativo sul lavoro. Accade in questo ambito di divagare, in modo diverso, con pensieri diversi, eppure succede altrettanto spesso.

Le neuro-scienze si sono interessate a come il mind-wandering interferisca con l’esecuzione dei compiti e con l’attenzione; come se non bastasse la “monkey mind” ci disturba nella lettura ed infatti il mind-wandering è associato alla poca comprensione di un testo. La monkey mind continua a disturbarci interferendo anche con gli stati d’animo, per cui siamo meno felici durante il mind-wandering.

Controllare la propria attenzione significa controllare la propria vita mentale.

Il cervello si trasforma a seconda di dove è direzionata l’attenzione e dunque noi in prima persona abbiamo la responsabilità dello sviluppo del sistema nervoso. Se il mondo è una rappresentazione della mente, la mente può cambiare il cervello.

Le discipline contemplative hanno l’enorme potenzialità di trasformare la mente, i pattern celebrali, il comportamento e il senso di benessere.

Come racconta il video qui sotto, il più grande equivoco riguardo alla meditazione è che non è necessario calmare la mente troppo a lungo per trarne dei benefici. Il miglior modo per farlo è con la semplice abitudine di essere cosciente del proprio respiro. Anche se la scimmia nella nostra mente non è completamente addomesticata va bene.

 

Come esprimere il proprio potenziale: sii te stesso.

Be yourself. Are you a naturally collaborative person who likes to riff on other people’s ideas? Do you think more clearly when you’re in jeans and sneakers? Then why apply to a work at a company with a strict hierarchy, cubicles, and a dress code? It might seem okay for now, but soon both you and your employer will be frustrated by the mismatch. A bit of upfront soul searching and some research into the goals and culture of your potential company will save you lots of time—and career heartache—in the future.

Grazie a questo contributo di quel geniale Tim Brown (CEO di IDEO) ho trovato ispirazione per condividere alcune idee che mi giravano in testa, riferite anche ad un altro modo di far azienda, perchè se sei con la testa, col cuore e con il fisico nello stesso posto (di lavoro) non puoi sbagliare. Più sei al tuo posto e più arrivi lontano.

Tutto ciò che spesso le persone si pongono come obiettivi, voglio questo, voglio quello, voglio fare quest’altro, dovrebbero essere conseguenze di quello che sei. Tu fai quello che sei e di conseguenza ti arriva tutto.
Trovarsi nel “posto” giusto significa essere nel giusto, significa essere autentico.
A proposito di vestire casual in un ambiente con un dress code formale, questo si genera inevitabilmente disequilibrio. E questo vale per entrambe le parti.

Vivere è prima di tutto viverti quindi mettiti in gioco e prendi coscienza del tuo potenziale e cerca una realtà in cui investire questo potenziale al 110%.

La domanda a questo punto sarebbe, ma quanta gente si ascolta? Quanta gente si dedica del tempo? Quanta gente cerca di essere autentica? Quanta gente lavora…per ascoltarsi? C’è gente in giro che è in un fisico e la testa è da un’altra parte, non c’è neanche una comunicazione tra il fisico e la testa. Abitano quel corpo fisico ma non ascoltano le esigenze del fisico, non ascoltano i loro ritmi, le stagioni, il momento di fare una cosa, quello che il fisico gli dice. Tutta l’energia è volta ad orientarsi verso un sistema o un paradigma in cui rientrare il più possibile, ci devi stare dentro per forza. Al posto di impegnarti a starci dentro, impegnati a elaborare la tua. Investi le tue energie nell’elaborare una tua realtà dove investire tutto te stesso.

Qualsiasi cosa tu fai per reazione si esaurisce, restano invece le cose che fai per amore, restano le azioni che tu compi. Essere al centro del tuo progetto, di quello che sei, vuol dire essere al centro del mondo. Più stai al tuo posto, più arrivi lontano. E non ne hai un’idea finchè non lo provi. Supera di gran lunga l’immaginazione.

Una persona ha a disposizione una vita per dar forma alla propria unicità. La cosa bella è che nessuno può fare le cose come le faresti tu e se non le fai tu rimane un posto vuoto.
Vivere con V maiuscola vuol dire mettere in gioco la tua persona a 360 gradi ed è un progetto spettacolare, vuol dire investire le energie nel modo in cui viene naturale e piace.