Categoria: innovazione

Digest di Gennaio: felicità al lavoro e innovazione sulla persone

Questo articolo è una selezione dei migliori post del mese scorso sulla felicità al lavoro e l’innovazione sulle persone con alcune personali riflessioni.

E’ sempre bello filosofare sulla felicità (al lavoro) ma è altrettanto bello sfidarci a migliorare noi stessi e le persone con cui lavoriamo. Nel lavoro quotidiano per migliorare le organizzazioni la difficoltà maggiore è cambiare il mindset già presente, uscire dalla zona di comfort in cui tutti stiamo comodi e fare dei miglioramenti. La felicità è prima di tutto una scelta personale e poi dell’intera organizzazione.

I temi che ho approfondito

L’employee experience può migliorare radicalmente la relazione azienda-dipendente. Progettare la migliore esperienza per un dipendente o collaboratore vuol dire prendere in considerazione tutte le iniziative di welfare, di benessere personale, di utilizzo della tecnologia e in generale di interazione tra la persona e l’azienda. I vantaggi del disegno di una buona employee experience sono molteplici: dall’employer branding, alla retention, alla talent acquisition. Approfondirò il tema ulteriormente in uno dei prossimi post.

Per dare una nuova prospettiva sulla felicità (al lavoro) ho parlato della felicità come una skill: tutti possono imparare ad essere più felici. Non è scritto nel DNA il nostro livello di felicità ma siamo noi responsabili e soprattutto si può imparare come qualsiasi altra competenza. Ringrazio Nicoletta Pulcina per aver sottolineato: “La felicità vista in quest’ottica è un dovere sociale, verso se stessi e verso gli altri poiché viviamo in un sistema basato sulle relazioni”.

E infine il primo podcast dedicato all’innovazione sulle persone di cui potete leggere i 12 principi qui. Ho intervistato Riccardo Rama de Tisi che usa cucina e creatività per migliorare la qualità delle aziende. Nei prossimi episodi intervisterò CEO ed executive che stanno facendo innovazione sulle persone in Italia. Se volete essere intervistati scrivetemi.

Imprenditori illuminati

Ci sono imprenditori illuminati anche in Italia. Certamente siamo il fanalino di coda di tante statistiche ma la nostra capacità e creatività imprenditoriale ha pochi rivali. In un’intervista al Corriere della Sera Leonardo Del Vecchio risponde così alla domanda “Chi è l’imprenditore oggi?”

Leonardo Del Vecchio: “Essere imprenditori oggi significa cogliere la semplicità delle azioni di fronte alla complessità dei mercati e alla crescente pressione competitiva. Credo, quindi, non si sia di fronte a un ritorno dei fondatori ma solo alla necessità delle aziende di quella imprenditorialità che i manager a volte non sanno esprimere”.

L’intervista completa qui – https://goo.gl/W0YLu1

Consigli in pillole

E’ un utilissimo promemoria per chi sta gestendo un team di lavoro assicurarsi che le persone stiano esprimendo il loro completo potenziale facendo attività che sanno fare bene e per cui hanno una predisposizione. Il contatto giornaliero con le attività e le preoccupazioni di un team permette di capire qual’è il ruolo più adatto ad ogni persona. E’ necessario portare un’onesta attenzione.

Questo gioco, suggerito da una collega di The CEO Magazine, è utile a tutti coloro che fanno innovazione in azienda o che la dirigono. Spesso altre industry possiedono business model che possono essere mutuati con successo in altri campi. Se volete lavorare sul vostro business model in maniera disruptive vi consiglio anche “destroy your business” dei cari amici di Goweekly.

Non c’è molto da dire. La non azione di procrastinare è uno dei peggiori mali in azienda e contribuisce all’infelicità dei singoli individui. Per fortuna è soltanto una cattiva abitudine e quindi può essere cambiata.

Casi di cultura aziendale

La cultura aziendale è importante, senza di essa non si ha una direzione chiara e univoca per tutti. Ho riportato alcune ispirazioni per chi volesse approfondire delle culture aziendali di valore.

“I dreamed of an enterprise with great opportunity for all who would join in it, a virile organization that would foster self-fulfillment and which would multiply the capabilities of the individuals comprising it beyond their mere sum”.

Questo diceva Bill Gore nel 1961, l’imprenditore che ha co-fondato la W.L. Gore, che ha inventato il Gore-tex. E’ un esempio di azienda che ha lavorato sulla cultura aziendale ancora prima che “cultura aziendale” fosse una parola di moda. Un dipendente ha detto “E’ un’azienda autentica. Non è apparenza e non è marketing strategy”. Nella foto i coniugi Gore.

Thai Leisure Group è uno dei maggiori operatori di ristorazione in UK. Il suo successo è dovuto a solidi valori:

HA DAO – Servizio a 5 stelle

SANOOK – Divertirsi (dentro e fuori)

SAMAKEE – Spirito di solidarietà con tutto il team

OW JAI SAI – Amare quello che fai e i tuoi clienti con il cuore

oltre ad un team impegnato e una struttura di management appassionata.

E infine la company culture di Netflix che è stato definito come il più importante documento della Silicon Valley. Un grande posto di lavoro è fatto da colleghi fantastici. Non importa la quantità e la qualità di iniziative che fate, è invece importante che attraggano e mantengano colleghi fantastici. La slide qui sotto ci dovrebbe far riflettere perché siamo tutti colleghi e non solo la persona di fronte a noi.

Pensieri dalla mia personale esperienza

La fiducia è uno dei valori che preferisco e che migliorano maggiormente un’azienda.

Tutti vogliono i talenti. Nessuno executive con cui ho parlato cerca persone di poco valore. La vostra organizzazione è pronta ad accoglierli e farli crescere?

Rendere visibili i risultati è un’azione a costo zero, come celebrare i successi. Quando le persone vedono i risultati del loro lavoro si sentono più motivati e soddisfatti.

Dati su cui riflettere e pillole per risolverli

Da un sondaggio condotto da Interact – https://goo.gl/Xa3Wp0 – il 69% percento dei manager si sente a disagio comunicando con i propri collaboratori e il 37% dice anche di essere a disagio quando deve dare i feedback.

Considerando che chiunque ha bisogno di feedback per lavorare meglio e che i manager dovrebbero comunicare costantemente con i propri collaboratori consiglio di:

  • imparare a dare i feedback, soprattutto siate specifici e date il contesto.
  • ascoltare è altrettanto importante. Fate spesso colloqui uno-a-uno per capire le loro preoccupazioni.

Gallup rivela in una ricerca https://goo.gl/sp0MsM quanto un capo incapace influisce negativamente sui collaboratori fino a farli lasciare l’azienda. I collaboratori sono infelici e questa infelicità viene portata a casa rendendoli più stressati e negativi con la famiglia. I lavoratori che hanno una manger che tiene riunioni regolari sono 3 volte più impegnati ed entusiasti nel lavoro.

Due consigli:

  • siate sempre facilmente avvicinabili e aperti ad ascoltare i bisogni.
  • siate chiari nelle aspettative e negli obiettivi. L’incertezza genera infelicità al lavoro.

Un sondaggio di Deloitte https://goo.gl/X2WQn9 evidenzia che molte aziende hanno problemi con i dipendenti che hanno un carico di lavoro troppo elevato. Eppure in molte cercano un work-life balance corretto per i propri collaboratori.

Alcuni consigli:

  • utilizzate la tecnologia per ridurre la complessità
  • date il buon esempio per aiutare i collaboratori
  • riducete le email del dopo lavoro. Ponete delle regole
  • tramite iniziative di welfare aiutate i vostri dipendenti a guadagnare più tempo per la propria vita

Infine per chi non avesse ancora provato ad essere più felice vi consiglio l’utilizzo della Happiness Map per facilitare la felicità personale, del team o dell’intera azienda. La potete scaricare gratuitamente. Serve soltanto la volontà di mettersi alla prova.

Corso pratico di 8 settimane sulla felicità

Seguitelo tutti i mercoledì. Lo consiglio a tutti: consulenti, manager, executive, team che vogliono migliorare e persone che vogliono mettersi alla prova. Per partire vi consiglio di leggere questo articolo: https://goo.gl/NU4fav. E’ essenziale:

  • stampare la mappa dell’articolo e preparare un posto per appenderla.
  • munirvi di pennarello e post-it.

La prima parte del corso è per un uso personale della mappa. Parlerò più avanti dell’uso in team o in azienda o con altre persone. Da domani portate attenzione alla vostra giornata e raccogliete informazioni su di voi per una settimana. A fine giornata quando i ricordi sono freschi fatevi le tre domande:

  • Cosa stavo facendo?
  • Con chi ero?
  • Che giorno e che ora era?

Scrivete le risposte su un post-it e attaccatelo nel mood e nel periodo di tempo giusto.

Se avete attaccato i post-it correttamente dovreste avere una mappa simile a quella sotto. E’ importante che abbiate considerato tutte le fasce orarie. Per i prossimi 7 giorni continuate a controllare il mood rispetto a quello che fate e scoprite se ci sono abitudini che non avete scritto.Riportatele sui post-it.Nel frattempo ripercorrete giornalmente quello che avete scritto sui post-it controllando se il mood di quello che avete riportato dalla settimana scorsa è corretto. Se due post-it hanno mood diverso ma gli stessi elementi, portate attenzione a cosa è cambiato.

La felicità è una skill a tutto tondo

Durante i miei studi liceali a Bassano del Grappa mi appassionai alla storia dell’arte grazie soprattutto allo slancio della mia professoressa. Mi rimase caro il concetto artistico del tutto tondo che nella sua semplicità teorica racchiude la bravura di dare un senso a qualcosa che non è contestualizzato. Il tuttotondo è secondo wikipedia “una tecnica scultorea che consiste nello scolpire una figura tridimensionale isolata nello spazio e che non presenta alcun piano di fondo; le sculture realizzate con questa tecnica sono chiamate rilievi totali o semplicemente sculture a tutto tondo”.

Il concetto di skill invece lo imparai entrando nel mondo del lavoro, non appena finita l’Università, quando venivo apprezzato per essere bravo in questa o in quella materia. La skill per wikipedia è “la capacità di portare a termine compiti e di risolvere problemi. Può riferirsi ad una capacità innata o acquisita nel tempo con l’esperienza o per mezzo di altre forme di apprendimento”.

Il concetto di soft skill invece lo apprezzai durante il primo anno di studio della PNL quando portai attenzione su alcuni comportamenti dell’essere umano. È curiosa la storia della definizione di soft skill, fatta nel 1972 durante la CONARC Soft Skill Conference quando il Dr. Whitmore presentò un report che aveva l’obiettivo di descrivere il termine stesso. Come riportato da Wikipedia un tentativo di definizione fu: “Le soft skill sono importanti skill per il lavoro che riguardano una piccola o nessuna interazione con le macchine e la cui applicazione nel lavoro è piuttosto comune” con una nota “ in altre parole, quelle mansioni di lavoro riguardo le quali noi sappiamo che le hard skill sono utili e le soft skill lo sono in misura minore”.

Attualmente The Collins English Dictionary definisce il termine “soft skills” come “qualità desiderabili per certe forme di impiego che non dipendono da una conoscenza acquisita: comprendono il buon senso, l’abilità di trattare con le persone, un atteggiamento positivo e flessibile”.

E’ affascinante come siamo progrediti nello studio e nella comprensione delle persone nel giro di qualche decennio.

Il pensiero popolare pensa alla felicità come una dote determinata in particolare dall’eredità genetica e dalla personalità. Gli studi di Andrew Oswald raccontano la caratteristica U-bend della felicità: Proprio come la parte alta della lettera U la felicità è maggiore durante i 20 anni e 30 anni, cominciare a scendere tra i 40 e 50 anni per poi ricominciare a salire arrivando ad un picco in tarda età.

Non c’è ancora una spiegazione scientifica ma solo molte teorie che cercano di spiegare questa caratteristica.

Nella vita quotidiana la felicità assume quella tipica curva che ci fa sperimentare stati d’animo diversi a seconda degli stimoli esterni, come una promozione, che aumenta il livello di felicità. Eppure le ricerche sull’Epigenetica hanno provato che il livello di felicità può essere modificato durante la vita, non c’è nulla di predeterminato dai geni o dalla personalità.

La felicità è semplicemente una skill che si può imparare.

Ancora di più la felicità è una skill a tutto tondo perché comprende svariate caratteristiche e applicazioni ma soprattutto perché è indipendente dal contesto. La felicità contiene tutti i tratti di una soft skill ed in più è in grado di catalizzare e ampliare altre caratteristiche della persona.

Mi spiego meglio; quando le persone sono felici sono più creative, più innovative, più empatiche, lavorano meglio con gli altri, risolvono i problemi invece che lamentarsene, hanno più energia, sono più ottimiste, motivate e in salute, sono meno preoccupate di fare errori, imparano più velocemente e prendono decisioni migliori. A proposito di creatività, Teresa Amabile, direttrice della ricerca dell’Harvard Business School, ha dimostrato quanto sia vitale al successo del business e, come quando ognuno di noi ha provato ad essere creativo in un brutta giornata, ugualmente la creatività non può crescere in un ambiente negativo.

A questo punto ognuno di noi vorrebbe una persona felice nella sua squadra o nella sua azienda. Essendo la felicità una skill può essere imparata all’interno di un’azienda e può essere creato un ambiente di lavoro che la favorisca e la sostenga nel tempo.

Le persone saranno in grado di esprimersi al meglio in un contesto professionale felice e sapranno adattarsi bene ad ogni situazione, proprio per la caratteristica a tutto tondo della felicità. Uno sviluppatore sarà più produttivo, attento a non fare errori e più creativo. Un venditore sarà più empatico nella relazione con il cliente e porterà di conseguenza a termine più vendite. Un operatore del supporto clienti sarà più focalizzato sui bisogni del cliente e prenderà decisioni migliori. L’elenco delle situazioni potrebbe continuare per tutti i ruoli in azienda. E proprio per la sua caratteristica di adattamento la felicità funziona a tutti i livelli gerarchici dal consulente al manager, all’executive.

Pensiamo a quanto la felicità possa giovare ad un team e ancora di più ad un sistema complesso come un’azienda. Una ricerca di Nicholas Christakis, sociologo all’Università di Harvard, e James Fowler, uno scienziato politico dell’Università della California, sostiene che la nostra felicità influenza le persone fino al terzo grado di separazione. Senza però ricorrere alle ricerche sarà capitata a tutti voi una situazione in cui avete avuto una relazione professionale con un persona che vi ha messo di buon umore.

Un’altra caratteristica fondamentale che distingue la felicità dalle altre skill è la ricaduta positiva sul benessere personale, ad esempio è in grado di ridurre lo stress in un ambiente di lavoro. Quando un nostro collega ci fa innervosire solitamente è meglio spendere 10 secondi stando tranquilli prima di reagire, questo permette ai livelli ormonali di scendere e alla nostra mente di tornare nello stato normale. La felicità agisce costantemente sul livello degli ormoni come è stato dimostrato da John Weinman, professore di psichiatria al King’s College London.

Occorre quindi mutare il nostro rapporto con la felicità e comprendere che può essere imparata come qualsiasi altra skill del nostro curriculum o profilo LinkedIn. Nella vita personale aiuta il benessere dell’individuo, nel lavoro può catalizzare altre soft skill assolutamente essenziali per farlo nel modo migliore, in unione con le hard skill.

Per comprendere la felicità dobbiamo lasciare lo stereotipo della persona felice che ride sempre, anche se sicuramente la felicità porta buon umore, e abbracciare una nuova definizione che include la capacità e la consapevolezza di affrontare i momenti negativi rimanendo presenti.

Per fortuna, come ho detto:

un atteggiamento felice può essere imparato e coltivato.

Molte aziende hanno investito sulla felicità e hanno raccolto importanti risultati di business. Per citare un esempio famoso, Zappos. Sempre più aziende lo stanno facendo. Quindi per qualsiasi motivo vogliate essere felici, per portarla nel vostro team di lavoro, perché volete fare della vostra azienda un luogo di lavoro migliore oppure semplicemente perché volete, iniziate oggi e magari domani qualcuno al lavoro vi farà notare di essere felice.

Perchè una buona employee experience può fare il successo di un’azienda

Per le aziende che si confrontano quotidianamente con il mercato e con i loro clienti la customer experience è un argomento conosciuto e una metrica importante per misurare il successo del proprio business. La customer experience è definita come il risultato dell’interazione tra un’organizzazione e i suoi clienti che in particolare si realizza nell’interazione tra il brand e questi ultimi.

La validità di una customer experience è qualcosa con cui ci confrontiamo tutti i giorni quando chiamiamo il customer service di un’azienda, ci arrabbiamo con l’e-commerce per il ritardo di un pacco, quando ci accordiamo per il reso di un prodotto fino ad interazioni digitali come l’utilizzo quotidiano dell’internet banking. La qualità della customer experience determina la percezione positiva o negativa del brand e la conseguente decisione di continuare ad usare o meno i prodotti del brand stesso.

In maniera simile alla customer experience gli HR leader ed gli executive si confrontano sempre più spesso con l’employee experience che è l’interazione di un dipendente o di un collaboratore con l’azienda. Il termine employee non si riferisce soltanto al classico dipendente perchè il mercato del lavoro è diventato estremamente vario e comprende perciò tutte le forme di collaborazione.

L’esperienza felice del dipendente o collaboratore inizia nel momento in cui risponde all’annuncio di lavoro e finisce nel momento in cui lascia l’azienda. Non c’è, infatti, una seconda possibilità per l’azienda stessa di fare una buona impressione. Considerando il cambio di paradigma nel rapporto dipendente-datore di lavoro, passato da avere bisogno di un lavoro a volere un lavoro con determinate caratteristiche, è facile capire quanto sia importante per le aziende disegnare una buona employee experience per assumere persone talentuose e non perdere quelle che già lavorano nell’azienda. Infatti la Society for Human Resource Management ha sottolineato come il talent management sia la priorità maggiore per il mondo HR.

L’employee experience è composta essenzialmente di tre parti: l’employee journey, lestrutture e le risorse con cui il dipendente interagisce e l’ambiente nel quale avviene l’esperienza, tipicamente il posto di lavoro.

L’employee journey si riferisce a tutte le fasi di interazione del dipendente da quando arriva al lavoro a quando torna a casa insieme a tutte le possibili estensioni al di fuori di esso, come ad esempio il remote working. Ogni singola iniziativa fatta dall’azienda che non tenga in considerazione il journey avrà un risultato ridotto.

Questo ci introduce alle strutture e risorse con cui il dipendente interagisce, ad esempio: il cibo, la tecnologia, il programma di lavoro flessibile, i benefit in generale.

L’errore più grande è considerare le risorse singolarmente in modo da rispondere ad un bisogno occasionale dimenticando invece la visione più ampia dell’employee journey: in questo modo l’azienda spreca risorse importanti e ottiene risultati ridotti in quanto a felicità del dipendente. E’ finita l’era dei tavoli da ping pong, del biliardo, degli snack gratuiti e dello yoga se queste iniziative non sono inserite nell’esperienza completa del dipendente.

L’ambiente di lavoro è poi essenziale: spazi di lavoro eccellenti vogliono dire interazione ottimale con essi e non basta che siano belli a vedersi, anzi. La funzionalità di uno spazio deve tenere in considerazione tutti i bisogni delle generazione che usano quello spazio e le discipline come il social design danno un contributo importante per studiarne sempre di migliori.

L’employee experience è quindi importante per ogni genere di azienda: Da quelle che hanno a disposizione grandi capitali, come Google che è alla continua ricerca e sperimentazione di strategie per motivare e soddisfare i propri dipendenti, ad aziende più piccole, con team di 30 persone, come XPLANE.

Il budget non può essere la ragione principale che impedisce di disegnare una buona employee experience perchè alcuni dei miglioramenti che i dipartimenti HR possono fare sono a costo zero. E’ invece importante la volontà per tutti i business leader e gli executive di tenere in considerazione i bisogni delle persone. Con l’arrivo delle nuove generazioni il cui fattore motivante principale non è il denaro ma altresì avere una buona employee experience, questo può fare la differenza per il successo dell’azienda.

Puoi fare innovazione sulle persone seguendo i principi del manifesto qui.

Come aumentare la felicità al lavoro in 7 giorni

This article originally appeared in Happy Melly.

Tutti i più recenti studi ci forniscono le prove che la felicità al lavoro è estremamente vantaggiosa per le aziende. Si tratta di un argomento che va di moda in questo periodo, ma va bene così perché contribuisce al benessere organizzativo e sociale. La felicità concorre inoltre alla crescita di aziende sostenibili, non solo finanziariamente.

La felicità (al lavoro) è prima di tutto una scelta, sia personale che di tutta la collettività dell’azienda che vuole intraprendere il giusto percorso verso un cambiamento sano, ecologico e non disruptive. In questo ambito la politica dei piccoli passi è assolutamente necessaria per un cambiamento che sia duraturo nel tempo e facilmente praticabile.

E’ certamente bello filosofare sulla felicità ed è altrettanto bello mettersi in gioco nel tentativo di scoprire quali siano gli ostacoli che bloccano il miglioramento dell’ambiente di lavoro. Prima di procedere col cambiamento però è necessario attraversare una fase in cui ci facciamo molte domande e guardiamo con occhi nuovi regole e comportamenti prestabiliti e non scritti della cultura aziendale.

Non rimandare a domani la felicità che puoi avere oggi.

L’errore che ho notato accadere più di frequente nelle aziende in questa fase è la tendenza a proiettare nel futuro un’immagine di come dovrebbe essere la felicità (al lavoro) piuttosto che pensare a quello che effettivamente renderebbe felice sia il singolo individuo che la collettività. Questo errore di proiezione si basa su previsioni e supposizioni di un futuro incerto e distante.

La felicità invece è fatta di esempi concreti, di azioni quotidiane. Al lavoro ci piace quando i colleghi ci salutano e sorridono la mattina, ci danno feedback di valore senza giudizio sul nostro lavoro, quando i meeting sono momenti generativi utili per il teamworking e ci piace avere fiducia che il nostro collega completerà l’attività nei tempi concordati.

Per smettere di filosofare e cominciare ad agire sulla felicità vi suggerisco perciò di leggere la weekly challenge “What does it actually take to make us happy” sulla fantastica Happy Melly community, a questo link (in inglese) . Il canvas che ho presentato può essere utilizzato da persone singole o team e serve a portare attenzione ai comportamenti che possono essere migliorati dando origine a nuove buone abitudini.

Buona lettura e be fairly happy!

Leggi Fisiche e leggi Digitali

Siamo inevitabilmente legati alla fisica e ai principi di Newton oltre che fisicamente, come ovvio che sia, anche mentalmente.

Siamo abituati a pensare e a muoverci in un mondo fisico in cui ci sono leggi che governano le nostre azioni e attraverso le quali ci aspettiamo delle reazioni. Questo è un assioma.
Il mondo digitale non ha leggi o principi ma è governato da regole facilmente interpretabili e altamente soggettive, quindi assoggettate anche all’interpretazione dei singoli.
Quindi chi usa o crea il digitale deve tenere in considerazione questo forte vincolo tra mondo digitale e mondo analogico. E’ evidentemente un archetipo che condiziona il nostro rapporto con lo spazio circostante e lo spazio digitale in cui navighiamo.
Le persone che usano un servizio o un prodotto digitale si aspettano un certo comportamento riconducibile in qualche modo al loro mondo fisico. Nel mondo fisico ci aspettiamo che per aprire una porta ci sia solitamente una maniglia e che questa sia posizionata ad altezza mano.

Cosa succederebbe se doveste aprire una porta così?

Door with a bad handle

Sono sicuro che tutti aprireste questa porta ma provereste una sensazione di disagio, altri potrebbero davvero reagire male, altri si domanderebbero chi è il designer che l’ha pensata.

Voi designer, sviluppatori, ecc… la fareste mai una porta del genere? Eppure di soluzioni bizzarre ce ne sono in giro, sul web si trova un po’ di tutto.
Ritornando alla sensazione di disgusto che provocherebbe una porta così fatta posso dire che ogni esperienza o interazione genera delle emozioni nell’utente finale e queste emozioni a loro volta generano un sensazione di appagamento in chi le sperimenta. L’uomo è parte della natura, è un avvenimento biologico, la società stessa fa parte della natura. Le azioni sono di conseguenza funzioni sociali biologiche. Le emozioni sono interazioni che innescano, scatenano, avviano sequenze di comportamenti.
E’ semplice eppure ogni prodotto o servizio digitale genera una reazione negli utenti che lo usano e si spera un effetto positivo: scaricheranno di più la vostra applicazione, probabilmente ne parleranno sui social network, saranno un patrimonio notevole di utenti felici e fidelizzati, propensi anche a spendere qualcosa in più. Ovviamente, ogni utente è prima di tutto occasionale e per questo la sua prima esperienza diventa fondamentale. Questo vale nell’esperienza digitale quanto nell’esperienza fisica.
La tecnologia in sè non genera emozioni e solo le emozioni sono in grado di generare happy users.
La User Experience interpretata attraverso l’uso della PNL potrebbe aiutarvi a trovare l’esperienza giusta.

To be continued…